Ricordare



I personaggi presenti in questa storia mi appartengono, così come la trama e l'ambientazione.


Rating: Giallo/PG13
Genere: Drammatico
Personaggi: Personaggi originali.
Riassunto: “Si passa una mano fra i capelli neri. È un gesto abituale. Raccoglie tutta la sua forza, e nell’atto di spingere delicatamente la maniglia della porta si ferma.”
Note: Mi dispiace, ma questo racconto è un'immensa cavolata. Me ne rendo conto ora a distanza di mesi.




All’alba di Natale, alla finestra di una casa alla periferia della città, c’è una donna che osserva.

Da giovane amava correre fino al mare, sedersi sulle pietre e ammirare l’alba di dicembre. Ora siede sulla sua poltrona lisa – perennemente accostata al balcone – e aspetta.

Aspetta che il sole sorga e tinga di rosa e rosso e arancione il cielo. Aspetta che il silenzio delle strade, rotto solo da una o due auto incuranti della bellezza della mattina, venga coperto dal rumore delle case e dal risveglio dei lavoratori. Aspetta che il vento sferzi un gabbiano e le foglie morte a terra.

Però quel che aspetta non succede. Le auto che dovrebbero passare non passano, il rumore delle case non si sente. In cielo non ci sono gabbiani né rondini. Le foglie morte si sono esaurite in autunno.

«Matilda, non capisco come tu faccia ad alzarti ogni giorno così presto.»
Una risata. L’altra ragazza si alzò stiracchiandosi dalla panchina verde sotto la quercia. Si voltò verso Hannàh e le rispose ridacchiando: «IO dovrei stupirmi della tua pigrizia. Sei talmente indolente che non ti alzeresti neppure, se potessi.»
Hannàh sbuffò. Era sempre così fra di loro. Così diverse e così amiche… «A proposito, cosa regalerai a tua madre per Natale? Mancano pochi giorni, sai? Sono questi i momenti che mi fanno quasi piacere il non aver famiglia.»
«Ho già deciso, fino a prova contraria. Le regalerò un anello.»

Forse Matilda ricorda ancora le foglie di quercia che caddero quel giorno. Le ultime, rosse, foglie di dicembre.

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«Come? – sussurrò Matilda – non è possibile.» «Invece sì, signorina.»

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Potrebbe alzarsi improvvisamente e incamminarsi verso la cucina, cercando di dimenticare; potrebbe dirigersi verso la propria stanza da letto pensando ad uno scherzo della memoria; potrebbe aprire la finestra e far entrare l’aria gelida nel soggiorno. Potrebbe fare tutte queste cose, ma forse si dimentica di potere*, concentrandosi solo sulle gocce di pioggia che decorano impietosamente i vetri di fronte a lei.

Hannàh s’incamminò verso l’altra parte della strada. Prese dalla tasca della giacca verde il cellulare, corrugando le sopracciglia nel sentire il trillo di una chiamata. Strinse maggiormente la presa dell’altra mano sugli spartiti che aveva appena comprato. Mozart. Le sue sonate. In versione per pianoforte.Con un occhio vide Matilda che l’aspettava appoggiata al semaforo e con l’altro l’auto che le si avvicinava. Sempre di più…

«Non era a Natale che eravamo tutti più buoni?» Un sussurro nel buio.

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Sente il citofono squillare. Potrebbe passare un secondo, un minuto, un o anche settimane prima che si alzi e risponda; potrebbe cadere il mondo mentre esita nell’alzarsi; potrebbe essere un postino irritante, la vicina che chiede il sale, uno scherzo di cattivo gusto, un altro tipo in costume di Babbo Natale in cerca di fondi per un qualsiasi ente di beneficenza; potrebbe essere lei, Hannàh, potrebbe essere lei… Ma sicuramente non lo è, perché Hannàh non è mai esistita, è stata solo una sua illusione, un suo aggrapparsi alla felicità.

E mentre pensa, e mentre pensa ricorda, e mentre ricorda soffre, dei passi risuonano lugubri, allontanandosi.

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Pioveva. La vigilia di Natale, in città, non era mai stata tanto piovosa da dieci anni a quella parte. Forse avrebbe potuto non esserci anima viva fra le strade, nessuna macchina avrebbe potuto passare sull’asfalto scuro e le luci dei lampioni avrebbero potuto brillare fiocamente. Forse, forse, forse. La verità era che c’era un gatto nero, un micio che si nascondeva fra le ombre inutili. Sembrava quasi che la pioggia non lo infastidisse e che, anzi, la amasse. C’era un micio nero accanto ad un cassonetto della spazzatura, un piccolo felino che si nascondeva dietro un pallone rosso e grigio.

Piove. Una pioggia inclemente si abbatte sulla città. Non è un bel modo per festeggiare il Natale, pensa lei. Osserva tante piccole macchie che si muovono veloci per le strade. Quelle macchie sono persone. O no? Potrebbero essere formiche. Sassi. Ombre. Il frutto della sua immaginazione. Ma no, non potrebbero: sono e saranno solo persone, in un mondo troppo piccolo per dar loro la giusta importanza. Minuscoli pulcini bagnati sotto l’incessante caduta della pioggia. Sembra quasi che stia cadendo il cielo, da tanta acqua che si riversa sulla Terra.

…e in una villa di stile ottocentesco c’era festa. Una festa da grandi. Matilda, che vi era dentro fino al collo, non poteva che pensare cinicamente che si trovava ‘forse’ a disagio. Si stropicciava nervosamente una piega del vestito con la mano.
“Non dovrei neanche essere qui”.


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Nel pomeriggio di Natale le telefonano. Solo poche parole per avvertirla che non la aspetteranno per incominciare a festeggiare né spereranno in un suo arrivo. Come al solito, pensa. Non se la sente ancora di ritornare fra loro. Non ha un bellissimo ricordo dei momenti passati con loro.

Brutta cinesina con il muso da vampiro! Le urlavano ridendo. Lei non poteva ribattere né aggredirli. Avrebbe potuto piangere e urlare concitatamente. Ma a che pro? La colpa era tutta sua. Lei aveva deciso di accettare l’invito di Hannàh a partecipare alla festa di Natale della sua famiglia. Lei aveva accettato. Non Hannàh. Non loro. Lei e nessun altro. Non poteva dar la colpa di ciò agli altri. Era tutta colpa sua, sua mentre non rispondeva alle provocazioni e sua mentre occhieggiava Hannàh comportarsi da regina delle fate in mezzo a tutti quegli adulti che la veneravano. Essere eredi di una famiglia ricchissima non è un male né un bene. A quanto pare è uno stile di vita.

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Si passa una mano fra i capelli neri. È un gesto abituale. Raccoglie tutta la sua forza, e nell’atto di spingere delicatamente la maniglia della porta si ferma. Solo un attimo di esitazione che si rimprovera di lì a poco. Entra nella stanza, dopo che uno scricchiolio le ha fatto capire di essere riuscita ad aprire. Si avvicina alla scrivania intagliata che si staglia al centro della camera, senza guardare a destra né a sinistra. Ne apre un cassetto – quello in basso con il pomo più piccolo, reso opaco dal tempo – e tira fuori la scatola che c’è dentro.

«Cos’è questo?»
«Sarà il luogo dei nostri ricordi. Qui custodiremo tutto quel che c’è d’importante per me… e per te.»
«Davvero? Per me e per te?»
«Sì. Per
noi

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«Veramente? Davvero fra dieci anni saremo ancora noi? Davvero fra dieci anni saremo ancora insieme?»

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Cara Hannàh,
non penso di sapere neanch’io perché ora stringo le mie dita su una penna raccattata chissà dove. Non penso di saperlo e tuttavia non sento l’abituale paura di sbagliare, in un modo tanto quanto in un altro. Questa premessa già dovrebbe preoccuparti – e sono sicura che lo sarai – ma curiosamente non m’interessa. Buffo, vero? Io che non sono mai riuscita a prendere una decisione da sola – o meglio, senza di te. Ma sento che stasera è diverso dal solito. A parte il fatto che è la notte di Natale… e questo mi riporta alla memoria il Natale di dieci anni fa, Hannàh. La notte in cui tu tirasti fuori da non so dove questa scatola, che ora sembra scottarmi con la sua sola presenza. La scatola dei nostri ricordi, Hannàh. Ti ricordi?

[Dimmi di sì, Hannàh. Dimmi di sì, per favore. Fa’ che non mi debba crollare il mondo addosso. Ti ricordi?]
Era la notte di Natale e le stelle non brillavano come oggi. Pioveva. Pioveva e sembrava non voler smettere, come se la pioggia avesse voluto tenermi compagnia.
E io ero lì con te ma non lo ero, standoti accanto ed invidiandoti. No, più precisamente: non invidiavo te. Ero gelosa di te. Perché tu concedevi a chiunque la tua gentilezza, e a me – piccola bambina orfana, raccattata dai tuoi genitori di malavoglia – questo non andava giù. Non andava giù. Per me, tu dovevi solo vivere per me. Quanto ero sciocca. E viziata. Mi hai sempre viziato troppo, Hannàh.

[Sento che questa notte succederà qualcosa. Non so cosa; è una semplice sensazione che mi pervade, rendendomi inquieta. È la stessa sensazione che mi ha spinto a prendere questo foglio ed esitare. Probabilmente me ne pentirò – ne sono quasi certa – e mi odierò. Ma non posso fare a meno, davvero, di desiderare che questa giornata, questi miei turbamenti di poco conto, restino impressi da qualche parte – anche solo un misero pezzo di carta.]
Spero – forse sono veramente impazzita, non sei neanche qui con me – che mi raggiungerai presto per festeggiare insieme. Ti aspetto.
Matilda

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Forse sono solo parole al vento.

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La pioggia è incessante. Batte a terra come una bambina viziata. Cerca l’attenzione di tutti quelli che può. È noiosa.
Matilda non ama la pioggia. Non ama i gatti neri né i palloni grigi e rossi. Matilda odia anche l’alba di dicembre. Matilda detesta l’alba di Natale. L’alba di Natale è cattiva. Ricambia i suoi sentimenti astiosi. L’alba di dicembre le parla ogni anno. Le ricorda cose passate e ormai finite.

Matilda guardò Hannàh. E per pochi, pochissimi attimi provò rancore nei suoi confronti. Lei, così carina. Lei, amata da tutti. Lei, al centro dell’attenzione. Guardala, guardala come si pavoneggia… con quella sua aria da dea nel suo tempio più fedele… guardala, mentre ti ignora e cerca l’attenzione degli altri… guardala e odiala. Perché sapevi che non saresti mai stata veramente importante per qualcuno, e ti sei aggrappata a lei e alla sua generosità. Lei e il suo buon cuore, lei senza peccati né gelosie...

Ma, come già sapeva, le cose passate tornano sempre a galla. E forse una scatola di ricordi può essere più dolorosa di una coltellata. Anche se una promessa è sempre una promessa.

«Dimmi, Hannàh, dimmi una cosa. Per favore. Dimmi che sono la persona più importante per te…»

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Arrivò la sera con le sue stelle luminose. La notte di Natale più orrida della sua vita. Hannàh che sfoggiava i doni che le avevano regalato, Hannàh e i suoi sorrisi, Hannàh e la sua amicizia… Hannàh e suo padre. I giocattoli che le aveva dato. Trenini, bambole, cubi colorati e piccoli marziani in plastica. Astronavi e libri per bambini. Libri fantasy e di magia: il “Grande libro delle Streghe e delle Fate” con tante ricette di pozioni inventate da scrittori furbetti. sì, Matilda, è proprio come te lo ricordi, lei non è mai esistita per te: tu non sei mai stata importante per lei. Hannàh. Viziata e coccolata da tutti. La regina. La principessa che concede la sua attenzione alle nullità. E poi, ai margini dei ricordi, c’era lei, in tutto il suo orgoglio meschino e la sua rabbia futile da bambina. Ma cosa doveva pretendere da se stessa, allora? Lei era una bambina. Una bambina. Una bambina che si sentiva fuori luogo. E lo era, eccome se lo era…

…e lo è ancora adesso, mentre osserva la luna e le stelle in cielo e pensa solo ai ricordi. La luna e le stelle potrebbero essere noiose se non fossero così lontane e brillanti. La luna e le stelle e Hannàh potrebbero sparire dai pensieri di Matilda se non fossero così malinconiche. E Matilda non può far altro che aggrapparsi alle tende tirate delle finestre, sbirciando le prime e ricordando l’ultima, cercando di ignorare il groppo in gola che le urla di non farlo, non farlo. E potrebbe anche non farlo, se solo il dolore non fosse così forte, e le stelle fossero un po’ meno accecanti.

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«…come?»
«Ha capito bene. Ieri sera Hannàh ha avuto un incidente stradale.» Pausa. «Ritengo sia opportuno che…»
Dopo di quello Matilda non sentì più nulla. A cosa serviva ascoltare quando quel che le bastava era già stato detto? Hannàh, la sua Hannàh, non era accanto a lei. Non più, non ora né mai…


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È quasi mezzanotte, rimugina Matilda. È quasi mezzanotte.

«È quasi mezzanotte» mormorò Hannàh. Non ebbe risposta da Matilda, accovacciata a terra con l’abito – prestatole dalla sua amica – totalmente stropicciato. «Cos’hai, Matilda?» Continuò osservandola curiosamente, come se fosse un animale esotico ingabbiato. Sospirando le si inginocchiò prendendole una mano. «È tutto a posto, Matilda. È tutto a posto.» Matilda esitò un istante, poi ricambiò la stretta delle sue dita – così gelide – e biascicò qualcosa di incomprensibile.
«Sì, è tutto a posto, Hannàh. Ti voglio bene… ti voglio bene.»

Sì, va proprio tutto bene. Un sussurro mentre le campane risuonano a festa.
Una festa senza la festeggiata.

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